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La città ideale? È quella smart!


7 June 2017


All’inizio del Rinascimento in Italia fiorì il concetto di “città ideale” e con esso i più svariati tentativi di concretizzare quello che era solo un’idea o, più probabilmente, un’utopia. Dopo il Medioevo, l’umanesimo cercò di mettere l’uomo e la ragione al centro di tutto, anche degli insediamenti urbani, ma non sempre riuscì ad avere successo e molti di quei progetti rimasero solo sulla carta o sulle tele dei grandi pittori.

Oggi, a secoli di distanza, questo concetto di città ideale, fondata sul razionalismo architettonico non basta più. L’evoluzione del nostro stile di vita, le intense relazioni che contraddistinguono il nostro tempo e i servizi di cui necessitiamo fanno sì che la vera città ideale moderna non possa che essere smart! E per essere tale una città, piccola o grande che sia, non può limitarsi a fornire il wi-fi nei parchi urbani o nelle stazioni. C’è bisogno di molto di più.

Ancora più importante del capire ciò che si deve fare per creare una vera smart city, sembra essere l’evidenziare quelli che sono gli errori più comuni che possono far fallire questo genere di progetti.

Perché se è vero che le città sono tutte diverse, gli elementi che ne ostacolano la trasformazione digitale sembrano essere piuttosto comuni. A dirlo è il Digital Tranformation Institute che, in collaborazione con Cisco, ha presentato al Forum PA 2017 una ricerca strutturata come una vera checklist per città che aspirano a diventare smart city. L’indagine, che rientra all’interno del piano Digitaliani, punta proprio a evidenziare le criticità e i problemi che possono inficiare il processo di creazione di una città “intelligente”.

Dunque quali sono gli elementi che possono far crollare le ambizioni smart di una città?

In primo luogo la mancanza di vision di lungo periodo e a tutto tondo che coinvolga tutti gli attori del territorio: PA, aziende e cittadini. Senza questo requisito, senza un continuo scambio fra pubblico e privato e senza l’obiettivo finale di mettere l’uomo al centro di questo progetto, non è assolutamente pensabile sviluppare una città realmente “intelligente”. Magari otterremmo una città tecnologica, futuristica, ma il rischio di aver creato una cattedrale nel deserto completamente disconnessa dalla realtà territoriale, sociale ed economica che la caratterizza sarebbe altissimo.

Anche l’assenza di un budget dedicato alle iniziative di tipo tecnologico può rivelarsi controproducente. Da un lato la continua ricerca di finanziamenti per realizzare un qualsivoglia progetto digitale risulta spesso complicato per le amministrazioni. Dall’altro questo vuoto dimostra l’assenza di un’inclinazione culturale verso la realizzazione di progetti di innovazione. Se un’amministrazione locale pensa di non aver bisogno di un budget specifico per portare avanti la sua trasformazione digitale, forse non è realmente pronta ad affrontare le sfide che le si prospettano in quest’ambito.

Altro punto estremamente delicato è il coinvolgimento dell’intera comunità e della totalità del territorio urbano nel processo di innovazione. Se l’uomo e il cittadino devono essere il centro della smart city, hanno bisogno degli strumenti per sfruttare a pieno le sue potenzialità. Questo implica la necessità di garantire l’acquisizione di quelle competenze digitali utili per godere a pieno dei benefici di una città “intelligente”, ma anche un deciso cambio di rotta che metta la PA realmente al servizio del cittadino. Per quanto riguarda il territorio esso va inteso non solo in senso geografico, ma anche in senso sociale ed economico. E in quest’ottica, una smart city non può prescindere dall’essere scalabile, ovvero deve avere la capacità di dispiegare i suoi effetti tanto a livello di macro area, quanto su quelli che sono i microcosmi urbani, come sono i singoli quartieri.

Prima di pensare di adottare tutte quelle tecnologie utili e necessarie per trasformare una città convenzionale in una città “intelligente”, gli amministratori devono riflettere su quelli che sono gli elementi che potrebbero rendere vani i loro sforzi.

  • Siamo pronti a fare della nostra area urbana una smart city?
  • È pronta la popolazione?
  • E le imprese?
  • Sono pronti i privati a sostenere la trasformazione digitale?
  • E l’amministrazione cittadina ha un progetto di ampio respiro, basato su solidi presupposti economici e iniziative concrete?

Questo è quello che ci stiamo chiedendo anche in merito ai progetti che abbiamo già messo in cantiere attraverso i protocolli di intesa che abbiamo firmato con la Regione Friuli-Venezia Giulia, con il Comune di Perugia e la Città metropolitana di Palermo.

Rispondere a tutte queste domande è un imperativo categorico, da un lato per affrontare in modo organico e sensato la trasformazione digitale, dall’altro per evitare che la smart city che andrà a svilupparsi sia tutto fuorché una città ideale, magari futuristica, ma ben poco “intelligente”.

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