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Gestire gli errori: una questione di responsabilità


13 September 2022


L’ultima volta che sono stato al Campus H-Farm, uno dei più importanti poli di innovazione e formazione d’Europa, mi sono sorpreso a riflettere di fronte alla celebre frase di Michael Jordan che campeggia sul muro: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.”

Ricorda il più famoso dei proverbi, quello che dice in maniera più sintetica: sbagliando si impara. Ma non è solo questo: ci esorta ad imparare dagli errori, ma anche a non mollare di fronte ai fallimenti, a continuare a migliorare.
E da manager di impresa, come possiamo trasformare i fallimenti in occasioni di crescita, sia a livello individuale che di squadra?

Ho preso coraggio e ho cominciato a scavare nella mia memoria, facendo ricorso alla mia esperienza sia di vita che professionale. Ne sono uscite queste riflessioni, a cui spero possano corrispondere commenti e suggerimenti da parte vostra.

1. I cosiddetti “vincenti”.

La prima riflessione riguarda la categoria dei cosiddetti vincenti. Chi sono costoro? Nel corso della mia professione mi è capitato spesso di imbattermi in persone con grandi capacità professionali, in grado di portare a casa ottimi risultati e con una considerazione di loro stessi decisamente alta.  Essi vivono nella ferrea convinzione che chiunque abbia la fortuna di lavorare al loro fianco non solo avrà molto da imparare, ma potrà partecipare a grandi successi. E fin quando le cose funzionano, nulla da dire. I problemi nascono di fronte al primo fallimento, che prima o poi arriva per tutti: la mancata realizzazione di un progetto nei tempi stabiliti, una trattativa importante andata in fumo e via dicendo. La “categoria dei vincenti” reagisce in un modo molto semplice e altrettanto comodo: la colpa non è mai la loro ma sempre di qualcun altro poiché, in quanto vincenti, sono convinti di non poter perdere ed è praticamente impossibile vederli riconoscere i propri errori.

La mia esperienza professionale mi porta invece ad una conclusione diversa: i “vincenti” sono una categoria astratta, priva di aderenza con la realtà. I “vincenti” non esistono. Si possono avere doti particolari, o magari godere di un po’ di fortuna perché qualcuno crede in noi e ci sta aiutando a raggiungere più velocemente riconoscimenti importanti. Ma nulla e nessuno potranno mai sostituire quegli elementi che sono fondamentali per ottenere risultati soddisfacenti: le competenze, l’impegno e la capacità di collaborare con altre persone.

Il primo antidoto per evitare di cadere nella trappola del “vincente” risiede nella consapevolezza profonda delle nostre responsabilità. Per spiegarmi meglio cito un episodio di molti anni fa che mi riguarda personalmente, quando lavoravo in un’altra azienda ed ero stato appena promosso manager. In quell’occasione mi trovai a gestire con il mio gruppo una gara d’appalto molto grande, come società capogruppo e in collaborazione con altre due imprese. Nella preparazione della risposta, coinvolsi per la parte amministrativa l’Ufficio Legale, che mi suggerì di presentare solo l’impegno, in caso di aggiudicazione, alla formazione di un Raggruppamento di Imprese, senza procedere alla sua costituzione immediata davanti al notaio. Ebbene all’apertura delle offerte fummo esclusi proprio per quel motivo. Andai su tutte le furie, prendendomela con il collega, con la burocrazia, con chiunque incontrassi. Ero molto giovane e ne parlai anche con mio padre per chiedere consiglio. Mi gelò: devi prendertela solo con te stesso, puoi delegare compiti e attività, non la tua responsabilità. Provai a ribattere, ma lui mi richiamò ancora una volta al senso di responsabilità. Ci pensai per tre giorni, ma cosa avrei potuto fare?  Molto, a dire il vero. Potevo chiedere al collega dell’Ufficio Legale di confrontarsi con i suoi corrispondenti delle società mandatarie, avrei potuto inviare una domanda di chiarimento al committente, avrei potuto parlarne con le altre persone del team, per ascoltare le loro idee. Come leader di quel gruppo, la responsabilità di fare tutto il possibile per partecipare e vincere quella gara era mia.

Alla fine riconobbi il mio errore con tutto il team, e così fece il mio collega per la sua parte: lavorammo insieme per presentare un ricorso amministrativo, e il TAR ci diede ragione.

2. Gli errori ci buttano giù.

Quando commettiamo un errore, prima lo riconosciamo e prima possiamo porvi rimedio. Ma non è una cosa facile, perché significa mettersi in discussione attraverso un processo spesso doloroso. Riconoscere un errore significa affrontare dubbi e paure, saper chiedere aiuto. La cosa più grave è sminuire, sottovalutare: “Ho sbagliato, e allora? Chi lavora, sbaglia!”. Se non avviene una profonda riflessione su cosa non ha funzionato, cosa, come individui e come team, potevamo fare meglio, su quale piano possiamo eseguire per recuperare, allora, se tutto ciò non avviene, se liquidiamo l’incidente con “chi lavora, sbaglia”, non solo avremo creato un problema, ma avremo anche perso l’opportunità di imparare, migliorare, crescere. In una parola, si tratta di umiltà. Essere umili non significa non riconoscere le proprie competenze e capacità, o non conservare la propria sicurezza. Significa saper mantenere, nel contempo, la voglia di imparare, la capacità di chiedere aiuto, la forza di ricominciare più determinati di prima. Se ciò non avviene l’errore sarà stato non solo dannoso, ma anche inutile. Se invece accettiamo il disagio e lo affrontiamo senza farci abbattere, ne usciremo più forti di prima.

3. I talenti delle persone.

Gli errori sono un’occasione di crescita, non c’è dubbio, ma credo che siamo tutti d’accordo nel volerli limitare allo stretto necessario. D’altronde abbiamo tante altre occasioni di miglioramento meno rischiose, legate all’esperienza, allo scambio, alla formazione continua. Ma come fare per limitare al massimo i nostri errori?

Fino a pochi anni fa sentivo parlare spesso di programmi “high potential” all’interno di molte organizzazioni, rivolti ad una selezione di persone con spiccate competenze e capacità, da seguire e formare con attenzione per costruire un futuro di successo, per loro e per l’organizzazione. Bisogna riconoscere che effettivamente alcune persone hanno quelle caratteristiche, grazie alle quali molti di loro potranno avere una carriera più rapida; ma creare un programma ad hoc è veramente utile? Se alle loro competenze sapranno unire empatia ed intelligenza emotiva non faranno comunque molto bene senza dover ricorrere a un programma specifico che, fra l’altro, rischia di creare quella categoria di “convinti vincenti” di cui abbiamo parlato all’inizio?

Il tema della capacità di attrarre e trattenere le persone in azienda è una responsabilità fondamentale dei leader, e sono tanti gli aspetti che caratterizzano questa responsabilità. Uno dei principali riguarda la creazione di un ambiente di lavoro dove ciascuna e ciascuno possano esprimere il meglio di sé, impegnandosi a dare il massimo.

Abbiamo dunque il dovere di aiutare le nostre persone, tutte, nessuna esclusa, a coltivare e ad esprimere i propri punti di forza, i propri talenti, per poter svolgere il proprio lavoro non solo con la massima qualità ed efficacia, ma anche con quella gioia di far bene che crea energia positiva e una sana voglia di lavorare insieme. È altresì fondamentale riconoscere a chi collabora con noi “di aver fatto un buon lavoro” dimostrando tutto il nostro autentico apprezzamento con una mail o durante una riunione, con una telefonata a sorpresa nella quale non parlare di null’altro se non di quanto siamo soddisfatti per il risultato ottenuto. Anche in questo caso è un processo estremamente impegnativo: ci vuole una grande collaborazione a livello di leadership team per disegnare e far evolvere la struttura organizzativa, cercando di allineare nel miglior modo possibile le esigenze e gli obiettivi di business con le competenze più brillanti di ciascuna persona.

Se riusciremo a passare dalla gestione “delle persone di talento” alla gestione dei “talenti delle persone”, riusciremo anche a valorizzare il nostro capitale umano, renderemo le persone più soddisfatte e ridurremo gli errori allo stretto necessario.

Conclusioni

Ho iniziato queste mie riflessioni (sulle quali, lo ammetto, mi sono un po’ dilungato) con la famosa frase di Michael Jordan. Concludo quindi nello stesso modo, ricordando due personaggi storici che simboleggiano atteggiamenti opposti davanti al fallimento. Da una parte il Generale Luigi Cadorna, che dopo la disfatta di Caporetto andò in Parlamento per scaricare tutte le colpe sui nostri soldati, accusati ingiustamente di viltà. Dall’altra il Generale Armando Diaz, che subentrò a Cadorna e facendo tesoro della sconfitta guidò l’esercito alla vittoria sul Piave, segnando l’inizio della riscossa italiana: «I giovani soldati della Classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico e sul fiume che in questo momento sbarra al nemico le vie della Patria, in un superbo contrattacco, unito il loro ardente entusiasmo all’esperienza dei compagni più anziani, hanno trionfato.”

Foto Credits: LaGazzettadelloSport

 

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6 commenti

  1. bello, non banale, merita di essere tenuto e riletto ogni tanto, giusto per non dimenticare

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      Caro Fausto, grazie per il commento positivo! Come sai, il rischio di cadere nella banalità è sempre molto alto: sono contento di essere riuscito ad evitarlo!

  2. Dott. Manghi buongiorno, nel suo intervento ho trovato tutto ciò che, prima la mia famiglia e poi i miei manager durante la mia vita mi hanno insegnato. VALORI. Oggi forse si abusa di certi termini perchè è di moda parlarne o perchè si deve farlo per sembrare attuali. Essere autentici, umili, onesti non è più così scontato mentre per me sono punti fondamentali sui quali costruire qualunque tipo di relazione professionale o personale che sia. Al suo prossimo intervento.
    Con stima e piacere.
    Luca Covi

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      Caro Luca, parlando di insegnamenti che provengono prima dalla famiglia e poi dai manager, hai aggiunto un tassello importante al mio intervento. Grazie!

  3. Ciao Gianmatteo.
    Interessante lettura. I vincenti, quelli che nascono tali e che non sbagliano (quasi) mai non esistono. Si è vincenti non quando si è primi della classe, aggiudicatari di una gara, più veloci degli altri etc. Si è vincenti quando riconosci i tuoi errori, non cerchi scuse, capisci dove hai sbagliato, meticolosamente ricuci quel che puoi ricomporre e ti concentri su come rialzarti, su cosa devi o non devi più fare. Guardandoti indietro, vedendo i nuovi risultati arrivare, potrai dire di essere stato "vincente contro i tuoi errori" e scoprirai che l'aver perso ti ha dato modo di vedere e impare cose che non avresti affrontato. Perdere è una grande vittoria, per certi aspetti, ma non è per tutti; molti vanno a fondo e basta.
    Nei miei cambi di esperienze lavorative a un certo punto ho perso (leggi buttato) tutto; il mondo mi era crollato addosso, e ora è certamente diverso ma anche meglio di prima, perchè sto vedendo, imparando, crescendo su tante cose che prima (quasi) nemmeno sapevo esistessero. La crescita più grande che ho fatto è stata con me stesso; perdere è stato motivo di crescita. Non sono un vincente, sono un vittorioso. Ad maiora semper

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      Caro “Ad maiora semper”, ritrovare la forza in se stessi dopo una sconfitta rappresenta una delle esperienze più formative che la vita può regalarci. Ti auguro nuove vittorie per il futuro.